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Hai dei giovani in azienda? Pensa a come trattenerli

È la fascia dei più giovani, quella compresa tra i 26 e i 35 anni, che in Italia è stata coinvolta maggiormente dalle dimissioni volontarie, nel 2021 a livelli record (777 mila nei primi 10 mesi). A seguire quella dei 36-45 anni.

L’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (AIDP) è andata ad indagare questo fenomeno sottoponendo dei questionari ad un campione di 500 aziende.

I risultati delineano lo scenario che segue:

  • sono le mansioni impiegatizie (82%) quelle più interessate a questo nuovo trend;
  • le funzioni aziendali più coinvolte sono Informatica e digitale (32%), Produzione (28%) e Marketing e Commerciale (32%);
  • Il 75% del campione di aziende interessate dichiara di essere stata colta di sorpresa da questi abbandoni.

Molteplici le cause:

Molteplici le cause:

  • la ripresa del mercato del lavoro che offre tante nuove opportunità;
  • la ricerca di condizioni di lavoro più favorevoli in un’altra azienda;
  • l’aspirazione ad un maggiore equilibrio tra vita privata e lavorativa;
  • la ricerca di maggiori possibilità di carriera;
  • il clima di lavoro negativo all’interno dell’azienda abbandonata.

«Il rispetto dei valori individuali, la qualità delle relazioni, il benessere sul posto di lavoro e una serie di aspetti aderenti alla propria motivazione e alle proprie aspirazioni sono diventati indispensabili. Il fattore scatenante è che le persone si sono interrogate rispetto al senso del proprio lavoro e in qualche caso della propria vita e, nella maggior parte dei casi, hanno scelto il cambiamento», commenta AIDP.

Come combattere questo fenomeno?

Secondo Matilde Marandola (presidente di AIDP), «I giovani sono in grado di darci importantissimi messaggi rispetto al futuro del lavoro. La loro sensibilità rispetto ai temi etici di responsabilità sociale e sostenibilità, diversity inclusion e rispetto a modalità innovative di lavoro, sono segnali che vanno in questa direzione.

I giovani non sono più disposti a sacrificare l’equilibrio tra vita privata e vita professionale come accadeva per le generazioni precedenti. Pertanto il riconoscersi nelle politiche aziendali, il work-life balance, il riconoscere il ruolo sociale dell’impresa che sempre di più, non è solo business, ha assunto un ruolo molto più elevato. 

Per le aziende si apre una straordinaria opportunità, quella di “cambiare pelle“, di interpretare con serietà e rispetto gli orientamenti motivazionali individuali e ad implementare i progetti che le rendano più coerenti con i valori di diversity inclusion, responsabilità sociale e sostenibilità.

Credo che la pandemia ci abbia insegnato proprio questo: le persone non si accontentano più di un lavoro purché ci sia, ma sono interessate a situazioni in cui si sentono bene, a contesti lavorativi con cui condividono la completezza degli asset motivazionali ed etici».

Fabio Columbano

Fonte: AIDP e Il sole-24 ore

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